Patrizia Guarnieri

Intellettuali in fuga dall'Italia fascista.

Migranti, esuli e rifugiati per motivi politici e razziali

© Firenze University Press 2019 e-ISBN: 978-88-6453-872-3

Intellettuali in fuga dall'Italia fascista

    Vite in movimento

    In questa indagine si cerca di seguire delle vite in movimento, rintracciandone i complicati percorsi di mobilità, che erano non soltanto geografici ma riguardavano anche qualifiche e posizioni, ambiti professionali e disciplinari, relazioni, idee e comportamenti. L’arco di tempo è quello del ventennio e oltre. Tra gli intellettuali che lasciarono l’Italia per motivi politici o razziali, alcuni lo fecero appena emanate le leggi del 1938, pochi se n’erano già andati via, altri ancora si decisero dopo, e dal ’43 molti scapparono per salvarsi. Sempre in conseguenza di quanto accaduto negli anni bui, qualcuno si sarebbe trasferito addirittura dopo la guerra, non trovando in Italia un adeguato reinserimento oppure per ricongiungersi ai parenti emigrati.

    Partirono da soli o con dei familiari. Cambiarono vita, paese, lingua e lavoro due volte e più. Quasi mai c’è un solo punto di partenza e uno di arrivo. Se per i professori ordinari si può identificare una sede di espulsione, essa non sempre coincideva con l’ultima residenza loro o della propria famiglia; i liberi docenti "decadevano" dal titolo conseguito ma non erano formalmente espulsi da una precisa università, e chi fino allora aveva insegnato da precario poteva averlo fatto anche in più atenei. I neolaureati e gli studenti non avevano ancora un luogo di lavoro e non avevano più la loro scuola. Gli intellettuali tedeschi o di altri paesi che erano venuti in Italia fuggendo da regimi autoritari, per effetto delle leggi razziali di Mussolini erano costretti a ripartire per un’altra terra. 

    La scelta della destinazione dipendeva da vari motivi, e dalle precedenti esperienze di mobilità che allora era frequente nelle carriere accademiche; dunque contava il dove si avessero già dei contatti utili, reti di appoggio e sostegno familiare, accademico, professionale. La pluralità di luoghi e movimenti si vede anche dalle referenze che questi studiosi presentavano cercando lavoro all’estero, e dalle referenze che effettivamente ricevevano specie se da colleghi di altri paesi, anche perché i colleghi della sede da cui erano interdetti non avevano dato grandi prove di solidarietà. Svariate le destinazioni fra membri della stessa famiglia, dai congiunti ai parenti di vario grado, e anche fra colleghi; i percorsi si intersecavano e poi divergevano e tornavano a incontrarsi. Spesso si rivelavano destinazioni temporanee: permessi di soggiorno in scadenza obbligavano ad ulteriori spostamenti; da paesi vicini ma non più sicuri si passava ad altri; rapidamente si cambiava alloggio e lavoro quasi ovunque lo si trovasse, in istituzioni, città o Stati diversi, come succedeva soprattutto in America. La ricerca di una sistemazione stabile per chi non l’aveva mai avuta, ma anche per chi da professore ordinario si ritrovava supplente per qualche mese e poi di nuovo disoccupato, spesso durava lunghi anni, a differenza di quanto si pensi in genere  o appaia da frettolosi cenni nelle biografie.

    Non tutti tornarono indietro. E i luoghi variano persino negli eventuali ritorni in Italia, cui seguivano non sempre reintegri nella sede e posizione iniziale, bensì trasferimenti per «incompatibilità ambientale», o nuove assunzioni o rientri inattivi professionalmente. Se i padri espulsi da cattedratici potevano rientrare come «soprannumerari» o aggregati di chi li aveva sostituiti, e magari già prossimi al pensionamento, i loro figli non avevano un posto di lavoro dove tornare e trovavano più opportunità e motivazioni per rimanere all’estero. 

    È proprio guardando alla generazione dei giovani, più che al numero minore di accademici già avanti con la carriera e l’età, che si dovrebbero valutare le durature conseguenze della persecuzione razziale e politica del fascismo sulla cultura. 

    Per quasi nessuno, comunque, fu vita facile.