Patrizia Guarnieri

Intellettuali in fuga dall'Italia fascista.

Migranti, esuli e rifugiati per motivi politici e razziali

© Firenze University Press 2019 e-ISBN: 978-88-6453-872-3

Intellettuali in fuga dall'Italia fascista

    Gli intellettuali in fuga. Chi erano?

    La fuoriuscita dall’Italia durante il ventennio riguardò solo alcuni dei quasi cento professori ordinari e straordinari che, dichiarati di “razza non ariana”, furono ufficialmente espulsi dalle università del Regno a seguito delle leggi del 1938. Sono loro i meglio identificabili dalla documentazione istituzionale , che nulla ci dice però di cosa fecero dopo. Di problematica individuazione e più numerosi invece, anche nella scelta forzata di espatriare, i non accademici il cui allontanamento avvenne in modo quasi invisibile. Perciò è assai complicato rintracciarne i nominativi e i movimenti: personale docente di varie qualifiche che venne “dispensato dal servizio” o risultò “decaduto”, scienziati, artisti e studiosi con incarichi temporanei che semplicemente non vennero rinnovati, professionisti allontananti dalle aziende o radiati dagli Albi le cui attività in corso vennero attribuite ad altri di “razza ariana”, studenti che conseguita la maturità liceale non potevano iscriversi a nessuna università, neolaureati che non potevano cercarsi un lavoro.

    Quasi tutti erano ebrei, praticanti o meno, non necessariamente antifascisti. Anche gli “incompatibili con le direttive del fascismo, solo alcuni ebrei, erano soggetti a venire sospesi per le loro idee, oltre che isolati nel loro stesso ambiente di lavoro, e spiati, minacciati, imprigionati o peggio. Degli intellettuali di entrambe le categorie, ma in realtà soprattutto di ebrei si occuparono le principali organizzazioni che dagli anni Trenta del Novecento si dedicarono ad assistere, dichiaratamente senza distinzioni di razza o di religione, quelli che vennero denominati displaced scholars. Lo erano dalla Germania anzitutto, poi anche da altri paesi inclusa l’Italia.


    I think we, in this country, 
    have gained a great deal at the expense of Italy. 
    (C.D.W., Dept. of Structural engeneering, 
    Cleveland, August 20, 1940)

    Displaced scholars è espressione abbastanza intraducibile. In italiano per displaced si ricorre a termini non equivalenti - migranti, esuli, rifugiati - per cercare di caratterizzare esperienze ed identità diverse di coloro che sono in genere costretti a lasciare la madrepatria per condizioni avverse. 

    La difficoltà di classificarli emerse subito da parte degli stessi enti di soccorso. Impossibile attenersi a criteri rigidi, persino per la definizione di scholar. Secondo la Society for the Protection of Science and Learning di Londra, i legitimate displaced scholars, cioè quelli aventi titolo alla loro assistenza perché rispondenti ai requisiti richiesti, sarebbero stati solo gli accademici; e altrettanto valeva per l’Emergency Committee in Aid of Displaced Foreign Scholars di New York. Ma questi soccorritori, che agivano di fatto anche come enti di reclutamento di risorse intellettuali a basso costo, sapevano bene che tra gli illegitimate displaced scholars c’erano dei talenti (persino futuri premi Nobel): aiutarli era una missione umanitaria e anche un guadagno per il paese di accoglienza. Dunque nei circa 2.600 fascicoli dell’Academic Assistence Council (che nel 1936 divenne SPSL) e nei circa 6.000 dell’ECADFS, per limitarsi alle due organizzazioni citate, i nominativi di scholars da tutta l’Europa venivano registrati benché non tutti avessero lo status di professore e nemmeno di libero docente (alla tedesca, il che non era lo stesso). Gli italiani sono tutti professori, lamentava la segretaria del Committee americano quando si accorgeva di trovarsi davanti a insegnanti di scuola e non a docenti universitari. Per i displaced teachers, o per i physicians distinti dal medical scientists c’erano altre associazioni di aiuto, così come per gli psicologi, per gli studenti, per le accademiche e per le donne ebree.

    I records di questi enti possono contenere pochi appunti o centinaia di fogli a seconda della durata e intensità del rapporto. Sono intestati a uomini e donne che già avevano lasciato il proprio paese o stavano valutando come farlo. Se emigrarono, anche temporaneamente, le esperienze che andarono facendo in nuovi ambienti, spesso a contatto con intellettuali del luogo o di altri paesi, non sarebbero state una semplice continuazione di quanto avevano fatto fino ad allora.

    Anche in questo senso perciò si tratta di vite in movimento.