Patrizia Guarnieri

Intellettuali in fuga dall'Italia fascista.

Migranti, esuli e rifugiati per motivi politici e razziali

© Firenze University Press 2019 e-ISBN: 978-88-6453-872-3

Intellettuali in fuga dall'Italia fascista

    Nomi e cognomi

    Alcuni sono famosi, molti no. Lontani dal proprio paese, diversi presero un altro nome, qualcuno cambiò il cognome che talvolta è irriconoscibile. Levi che diventa Stecchini, Shapira che diventa Sorell. Spariscono dalla nostra visuale ma altrove hanno vissuto e sono persino diventati noti con un altro cognome, specie in Israele ed anche in America. 

    Molti dei nomi e cognomi nell’elenco provvisorio fornito di seguito sono il risultato di lunghe e complicate ricerche, in archivi italiani e soprattutto esteri, a partire da quelli delle principali organizzazioni di aiuto per i displaced scholars in fuga dal nazismo e dal fascismo. Sono stati individuati attraverso lo spoglio sistematico degli inventari e dei records sia per la Society for the protection of Science and Learning di Londra, fino al 1936 denominata Academic Assistance Council, sia  per l’Emergency Committe in Aid of Displaced Foreign Scholars che fino al novembre 1938 contemplava soltanto German scholars nella sua stessa titolazione.  Fra quanti da loro registrati, alcuni si sono rivelati poi refugees mancati: non riuscirono a partire o decisero di non farlo. Si sono comunque mantenuti qui in elenco quando fossero stati segnalati per il loro curriculum o vi sia l’evidenza della loro intenzione di emigrare anche se non lo fecero.

    Ovviamente non tutti gli intellettuali in fuga dall’Italia fascista si rivolsero a quelle associazioni o alla Rockefeller Foundation o ad altri refugee scholar programs.  I tedeschi lo fecero più degli italiani  sia nel 1933 sia nel ’38-’39,  i fuoriusciti politici assai meno degli ebrei, le donne meno degli uomini; e in totale furono davvero pochi e pochissime a ricevere da queste associazioni un finanziamento (dall’ECADFS una decina di italiani su 335 Grantees europei) e ancora in  meno ad ottenerne una sistemazione. I più la trovarono altrimenti, spesso molto faticosamente e dopo anni.  Ecco perché  i preziosissimi archivi della SPSL e dell’ECADFS sono decisivi ma non sufficienti a questa ricognizione, forse interminabile. L’elenco comprende perciò nomi e cognomi che si sono individuati attraverso altre fonti primarie, studi e repertori. 

    Decisive le testimonianze di familiari e conoscenti che sono stati contattati; possono fornire non solo documenti e foto, ma ricordi e indizi, i quali talvolta riavviano la ricerca che si è inceppata ad un punto di stallo. La storia di ciascun migrante quasi sempre porta a scoprirne altri, per reti familiari e amicali, scientifiche e professionali, politiche.    

    Includere nell’elenco non soltanto i professori universitari di ruolo è una scelta  per le ragioni che si sono spiegate, in un’ottica di mobilità qualificata e brain drain con flussi in uscita e in entrata.  Sono compresi perciò tanto gli italiani che partirono, siano poi rientrati o meno, quanto gli stranieri che in Italia si erano trasferiti,  indipendentemente dai loro spostamenti forzati e talvolta tragici  dopo le leggi razziali del 1938. Venuti in Italia per sfuggire alle persecuzioni nei loro paesi di origine, o semplicemente per studiare nelle nostre università, rappresentavano nuove risorse per la cultura e la scienza del nostro paese. Con le leggi razziali fasciste vennero trasformate da guadagno in spreco, da un brain gain a un brain waste di solito definitivo. Rispetto a quanti emigrarono per cercare lavoro altrove, chi si rifugiò in Svizzera dopo il ’43 cercava anzitutto la salvezza e quasi sempre tornò al più presto in Italia; per molti l’esperienza dell’asilo fu anche formazione intellettuale e aggiornamento nei campi universitari svizzeri. Anche quei rifugiati rientrano nell’ambito della presente ricerca. 

    Per quanto lo consentano fonti al riguardo poco sensibili,  si presta attenzione al genere e alle generazioni dell’emigrazione intellettuale. Le donne rimangono in ombra, come si sa. Nella ricerca del lavoro la priorità andava agli uomini e dunque le intellettuali, se non erano donne sole, nubili o vedove, anche quando dotate di titoli e qualifiche erano e sono tuttora considerate mogli al seguito di intellettuali e professionisti. Eppure nelle esperienze migratorie svolgevano un ruolo ben attivo; e alcune iniziarono a lavorare proprio all’estero, spinte dalla necessità e dal cambiamento. 

    Nelle decisioni familiari di partire e poi di tornare o restare, contava ovviamente anche l’eventuale presenza di figli e il preoccuparsi del loro avvenire. Giovani e adolescenti, bambine e bambini, se non affidati ad altri in attesa del ricongiungimento, partivano con uno o entrambi i genitori e, appartenendo a famiglie di buona cultura, completavano la propria formazione all’estero. Fuori dall'Italia ebbero di solito meno difficoltà della precedente generazione e taluni da adulti vi raggiunsero posizioni prominenti.

    Nell’elenco degli Intellettuali in fuga dall’Italia fascista si vorrebbe rendere visibili anche loro.